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Novità Fiscali

14 Gennaio 2022

Istituzione dei codici tributo per l’utilizzo in compensazione del contributo a fondo perduto di cui all’art. 1-ter decreto Sostegni

L’articolo 1-ter del decreto legge Sostegni prevede il riconoscimento di ‘ un contributo a fondo perduto nella misura massima di 1.000 euro ai soggetti titolari di reddito d’impresa che hanno attivato la partita Iva dal 1°gennaio 2018 al 31 dicembre 2018, la cui attività d’impresa, in base alle risultanze del registro delle imprese tenuto presso la Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura, è iniziata nel corso del 2019 (…)’ .

Il contributo a fondo perduto è riconosciuto sotto forma di credito d’imposta, da utilizzare esclusivamente in compensazione, presentando il mod. F24 esclusivamente tramite i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

Con il provvedimento dello scorso 8 novembre il Direttore delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha approvato il contenuto informativo, le modalità e i termini di presentazione dell’istanza per il riconoscimento del contributo a fondo perduto in parola.

La percentuale di riparto, pari al 110%, è stata determinata con il provvedimento del 17 dicembre 2021.

I contribuenti che hanno optato per il riconoscimento del contributo a fondo perduto sotto forma di credito d’imposta, potranno fruire in compensazione dell’ammontare massimo risultante dall’ultima istanza validamente presentata.

Per consentire l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del contributo a fondo perduto, nei casi in cui il contribuente abbia scelto tale modalità di fruizione, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 75/E del 20 dicembre 2021, ha istituito il codice tributo ‘6956’ denominato ‘Contributo a fondo perduto per le start up – credito d’imposta da utilizzare in compensazione – art. 1 – ter DL n. 41/2021’.

14 Gennaio 2022

Istituzione dei codici tributo per il versamento della commissione per l’accesso o il rinnovo degli accordi preventivi bilaterali e multilaterali – art. 31-ter Dpr n. 600/1973

L’art. 31-ter Dpr n. 600/1973, come modificato dalla legge di Bilancio 2021, prevede il pagamento di una commissione per le imprese intenzionate a presentare o rinnovare un’istanza di accordo preventivo bilaterale o multilaterale. La commissione viene determinata sulla base del fatturato complessivo del gruppo e il contributo è pari alla metà in caso di rinnovo dell’accordo.

Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento dello scorso 2 novembre, ha definito le modalità di determinazione e di pagamento della predetta commissione.

La commissione in parola è versata mediante il modello di pagamento F23, indicando il relativo codice tributo.

Per consentire il versamento della suddetta commissione l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 76/E del 21 dicembre 2021, ha istituito i seguenti codici tributo:

  • ’180T’ denominato ‘Commissione per l’accesso agli accordi preventivi bilaterali e multilaterali – art. 31-ter comma 3-bis del Dpr n. 600/73’;
  • ’181T’ denominato ‘Commissione per il rinnovo degli accordi preventivi bilaterali e multilaterali – art. 31-ter comma 3-ter del Dpr n. 600/73’;
14 Gennaio 2022

Circolare ATAD n. 1 – Chiarimenti in tema di Società Controllate Estere (CFC) – Art. 167 Tuir, come modificato dall’art. 4 Dlgs n. 142/2018

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 18/E del 27 dicembre 2021, fornisce chiarimenti in merito alla disciplina delle Società Controllate Estere (CFC) contenuta nell’articolo 167 del TUIR che è stata di recente riformata dall’articolo 4 del decreto legislativo n. 142/2018 (Decreto ATAD), attuativo della Direttiva Ue 2016/1164 (c.d. Direttiva ATAD), recante norme di contrasto alle pratiche di elusione fiscale attuate a livello transnazionale.

La disciplina prevista dal decreto ATAD prevede l’individuazione di criteri per verificare, con modalità semplificate, la congruità della tassazione effettiva estera rispetto a quella virtuale domestica, da effettuarsi attraverso un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Il nuovo provvedimento, anche questo pubblicato il 27 dicembre, tiene conto delle novità recate alla disciplina CFC. Questo aggiorna le indicazioni contenute nel vecchio provvedimento che viene di fatto sostituito.

La circolare tiene conto delle osservazioni e delle proposte di modifica ricevute dopo la consultazione pubblica avviata lo scorso mese di luglio e conclusasi a novembre.

Dopo aver illustrato le finalità e il contesto normativo di riferimento della disciplina, la circolare si sofferma sui requisiti per la sua applicazione, distinguendo quelli soggettivi da quelli oggettivi e consistenti nel:

  • controllo esercitato dal soggetto residente nei confronti della partecipata estera;
  • basso livello di tassazione scontato dalla stessa partecipata nel Paese estero, ovvero dalla propria stabile organizzazione, qualora abbia trovato applicazione il regime di esenzione sugli utili della stabile organizzazione previsto per norma interna dello Stato della casa madre;
  • conseguimento di specifici proventi.

Il documento si sofferma anche sulle modalità di determinazione del livello impositivo estero (effettivo) ai fini del confronto con quello (virtuale) italiano. Successivamente la circolare fornisce chiarimenti in merito alla circostanza esimente per disapplicare la disciplina CFC, sulla determinazione e tassazione del reddito del soggetto controllato, nonché sugli effetti che derivano dall’applicazione della disciplina come innovata dal Decreto ATAD in occasione di operazioni straordinarie.

Scopo della disciplina CFC è rendere imponibili in capo a soggetti residenti in Italia gli utili prodotti dalle società estere controllate che godono di una tassazione ridotta nello Stato di appostamento e che risultano titolari di proventi (passive income) senza svolgere un’attività economica.

Le disposizioni della normativa CFC prevedono l’applicazione di un’imposta in capo al soggetto controllante italiano, in proporzione alla quota di partecipazione agli utili e in modo separato, indipendentemente dalla percezione degli utili sotto forma di dividendi.

La normativa CFC è stata introdotta nel nostro ordinamento dalla legge 342/2000 ma più volte oggetto di modifica. Recentemente, come detto, l’articolo 4 del decreto legislativo n. 142/2018, attuativo della direttiva ATAD, ha riformato la disciplina al fine di contrastare le pratiche di elusione fiscale attuate a livello internazionale.

Il recepimento della direttiva ATAD ha spinto il legislatore italiano a riformare l’intero sistema CFC anche al fine di semplificare il meccanismo applicativo.

La sostituzione del doppio sistema con un’unica fattispecie va proprio nella direzione della semplificazione. Tale modifica trova attuazione a prescindere dal Paese di residenza o di localizzazione della società estera. Devono, tuttavia, ricorrere due condizioni: l’assoggettamento a una tassazione effettiva inferiore alla metà di quella a cui la controllata estera sarebbe stata soggetta qualora residente in Italia; e la riferibilità di oltre un terzo dei propri proventi a determinate categorie di ricavi (passive income).

Il documento di prassi fornisce chiarimenti anche sulla circostanza esimente.
L’articolo 167 del Tuir al comma 5 stabilisce che il soggetto controllante residente può, anche attraverso apposita istanza di interpello presentata all’Agenzia delle Entrate disapplicare la normativa Cfc se l’ente controllato (o la stabile organizzazione) svolga nel proprio Paese di residenza (o stabilimento) ‘un’attività economica effettiva, mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali’.

Rispetto alle precedenti esimenti la nuova unica circostanza esimente ha una portata maggiore, facendo riferimento allo svolgimento di un’attività economica effettiva e non più allo svolgimento di un’effettiva attività industriale o commerciale. Il legislatore nazionale richiede che l’attività sia sostenuta da una struttura che presenti una consistenza economica adeguata all’attività svolta. Tale requisito è richiesto anche per le attività che non necessitano di una struttura organizzativa particolarmente complessa, come le holding o le società che gestiscono attivi immobilizzati senza svolgere alcuna attività di stampo industriale o commerciale.

In relazione a tali soggetti l’esimente non vale in presenza di una struttura organizzativa priva di effettiva attività e di una reale consistenza e, in concreto, senza autonomia decisionale se non formale.
Alla luce di ciò, una società estera controllata risulta da assoggettare a tassazione qualora questa non sia in grado di svolgere autonomamente le attività che generano i propri profitti.
Inoltre, la nuova circostanza esimente non richiede il requisito del c.d. ‘radicamento’, ossia non presuppone che l’attività dell’entità controllata si rivolga al mercato dello Stato o territorio di insediamento.

In merito alle stabili organizzazioni di soggetti non residenti la circolare evidenzia che la dimostrazione della nuova esimente deve essere resa con riferimento all’intera attività della Cfc se la stabile organizzazione viene tassata nello Stato di residenza. Diversamente, se la branch è esentata nello Stato di residenza della casa madre, la dimostrazione dell’esimente sarà circoscritta all’attività e alla struttura imputabile alla branch. In questa seconda ipotesi, la società controllata che, singolarmente considerata, fosse da qualificare Cfc, ai fini della dimostrazione in esame assumerà rilevanza la sola attività da questa svolta e il personale e le attrezzature utilizzate dalla medesima.

Il documento di prassi amministrativa prosegue soffermandosi sul meccanismo di determinazione, attribuzione e tassazione del reddito del soggetto estero controllato, sulle operazioni straordinarie, sulle disposizioni specifiche per gli Oicr, la distribuzione degli utili e sui profili procedurali.

14 Gennaio 2022

Regime fiscale dei piani di risparmio a lungo termine (PIR) – I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate

Con la circolare n. 19/E del 29 dicembre 2021 l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in merito alle novità apportate alla disciplina fiscale dei piani di risparmio a lungo termine (PIR) ad opera del decreto legge n. 124/2019 e del decreto Rilancio e al credito d’imposta previsto dalla legge di Bilancio 2021.

Il regime fiscale dei PIR prevede la non imponibilità, ai fini delle imposte sui redditi, dei proventi di natura finanziaria, derivanti da investimenti operati tramite ‘piani individuali di risparmio a lungo termine’ che rispettino le caratteristiche previste dalla normativa, nonché la non imponibilità, ai fini dell’imposta di successione, per il trasferimento mortis causa degli strumenti finanziari detenuti nel piano.

In sostanza è una disciplina fiscale il cui intento è quello di favorire la canalizzazione del risparmio delle famiglie verso investimenti in strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali, italiane ed europee, presenti in Italia, bisognose di risorse finanziarie e per le quali, spesso, è complicato l’approvvigionamento di liquidità mediante il canale bancario.

Con la circolare n. 3/E/2018 l’Agenzia delle Entrate ha già chiarito che il PIR è un ‘contenitore’ fiscale a cui destinare il risparmio, entro un determinato plafond, per un determinato periodo di tempo, seguendo i criteri stabiliti per legge. L’intento è quello di garantire un adeguato bilanciamento tra gli obiettivi di politica economica e quelli di tutela del risparmiatore.

Il regime fiscale dei PIR interessa le persone fisiche residenti in Italia, in relazione ad investimenti detenuti al di fuori dell’esercizio di un’attività di impresa. Sono detassati: i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria, percepiti da persone fisiche, derivanti da investimenti detenuti in PIR per almeno 5 anni; i redditi derivanti dagli investimenti detenuti in PIR da Casse di Previdenza e Fondi pensione.

La disciplina dei PIR è stata introdotta dal periodo d’imposta 2017 ma già oggetto di diverse modifiche. La legge di Bilancio 2019, ad esempio, ha introdotto specifici vincoli nella composizione degli investimenti ammissibili nel PIR che sono stati soppressi ad opera del decreto legge n. 124/2019.

Tale ultimo decreto ha previsto nuovi criteri per l’ammissibilità degli investimenti qualificati per i PIR costituiti a decorrere dal 1°gennaio 2020, nonché regole specifiche per le Casse di previdenza e i Fondi pensione.

Per rendere più allettante l’incentivo il decreto Rilancio ha poi introdotto i c.d. PIR Alternativi che rappresentano misure strutturali volte ad incentivare l’afflusso di risorse alle imprese, non solo in ‘capitale di rischio’ ma anche in ‘capitale di debito’, potenziando, inoltre, anche dal punto di vista quantitativo, le capacità dei PIR di convogliare risparmio privato verso il mondo delle imprese.

Il decreto Agosto ha successivamente innalzato il plafond degli investimenti in PIR Alternativi.

La legge di Bilancio 2021 ha apportato l’ultima modifica che ha previsto un credito d’imposta pari alle eventuali minusvalenze derivanti dagli investimenti in strumenti finanziari qualificati effettuati entro il 31 dicembre 2021, in PIR Alternativi costituiti dal 1°gennaio 2021, a patto che gli stessi investimenti siano detenuti per almeno 5 anni.

Negli anni si sono susseguite diverse tipologie di PIR in funzione della normativa fiscale applicabile. Attualmente è possibile costituire esclusivamente PIR 3.0 , piani costituiti dal 1°gennaio 2020 e PIR Alternativi, piani costituiti dal 19 maggio 2020. Inoltre, in caso di persone fisiche, queste possono detenere solo PIR ‘ordinario’ ed un PIR Alternativo.

Il documento di prassi amministrativa fa il punto sulle regole che i privati investitori e gli operatori finanziari devono tenere conto considerata anche la complessità tecnica della materia. L’Agenzia delle Entrate, ad esempio, precisa che le quote di Srl possono rientrare tra gli investimenti oggetto di agevolazione nei Piani ordinari solo se offerte al pubblico. Inoltre, non vi sono limitazioni per le quote detenute nei Piani Alternativi, ossia in quelli costituiti a partire dal 19 maggio 2020. La circolare aggiunge, poi, che il regime dei PIR e il regime fiscale degli investimenti in start-up e in PMI possono essere applicati insieme visto che non sono alternativi tra loro.

Le Casse di previdenza e i Fondi pensione possono detenere più PIR. Per tali soggetti è prevista la detassazione dei redditi derivanti dagli investimenti nei Piani, a condizione che siano rispettati i vincoli di investimento delle risorse destinate agli investimenti qualificati e gli investimenti siano mantenuti per almeno 5 anni.

Viene previsto che nel rispetto delle norme e delle disposizioni anche le Casse di previdenza e i Fondi pensione possono essere titolari di PIR 3.0 e dei PIR Alternativi. Non trovano applicazione i limiti all’entità dell’investimento annuo e quello complessivo. In ogni caso i predetti soggetti sono tenuti al rispetto delle condizioni come il requisito temporale e i vincoli di composizione, concentrazione e liquidità.

Le Casse di previdenza e i Fondi pensione sono chiamate a rispettare il limite quantitativo del 10% dell’attivo patrimoniale risultante dal rendiconto dell’esercizio precedente. Tale limite costituisce il tetto massimo complessivo da considerare anche per gli investimenti qualificati ex art. 89, articolo 1, legge di Bilancio 2017. La diminuzione dell’attivo patrimoniale impedisce, invece, la possibilità di effettuare ulteriori investimenti qualificati.

In ogni caso, l’investimento incrementale effettuato negli esercizi successivi può essere disposto sino al raggiungimento del tetto del 10% dell’attivo patrimoniale risultante dal rendiconto dell’esercizio precedente, qualora nell’esercizio trascorso gli investimenti siano avvenuti ‘sotto soglia’.

Le novità contenute nella legge di Bilancio 2021: il credito d’imposta

In relazione ai PIR Alternativi costituiti dal 1°gennaio 2021, la legge di Bilancio 2021 ha introdotto un credito d’imposta pari alle eventuali minusvalenze derivanti dagli investimenti in strumenti finanziari qualificati effettuati entro il 31 dicembre 2021, a condizione che gli stessi siano detenuti per almeno 5 anni e il credito d’imposta non ecceda il 20% delle somme investite negli strumenti finanziari medesimi.

Le persone fisiche titolari di un PIR Alternativo hanno diritto ad un credito d’imposta pari alle minusvalenze, perdite e differenziali negativi realizzati relativamente agli strumenti finanziari qualificati detenuti nel Piano per almeno 5 anni.

Il requisito temporale va rispettato in relazione allo strumento finanziario relativamente al quale si realizza la minusvalenza.

Pertanto, non concorrono alla determinazione del credito d’imposta eventuali minusvalenze derivanti dalla cessione di strumenti finanziari qualificati che sono detenuti a seguito di reinvestimenti di somme derivanti da strumenti rimborsati o ceduti, entro il quinquennio. In altri termini, assumono rilevanza ai fini della determinazione del credito d’imposta solo le minusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso o dal rimborso di strumenti finanziari qualificati oggetto di investimento nel 2021 e detenuti ininterrottamente nel Piano per almeno 5 anni.

Le eventuali minusvalenze derivanti dalla cessione o dal rimborso di strumenti finanziari qualificati prima del decorso dei 5 anni di detenzione potranno essere utilizzate in deduzione, non oltre il quarto periodo d’imposta successivo a quello di realizzo, dalle plusvalenze, proventi e differenziali positivi secondo le modalità stabilite dalla legge di Bilancio 2017.

Il credito d’imposta non può eccedere il 20% dell’intera somma investita negli strumenti finanziari qualificati detenuti nel piano, fino al momento di realizzazione della minusvalenza. Pertanto, ai fini della determinazione dell’ammontare massimo di credito spettante, rilevano non solo le somme investite nel corso del 2021, ma anche quelle investite negli anni successivi risultanti alla data di realizzo della minusvalenza.

Il credito d’imposta in esame è utilizzabile, in 10 quote annuali di pari importo, nelle dichiarazioni dei redditi a partire da quella relativa al periodo d’imposta in cui le minusvalenze, perdite e differenziali negativi si considerano realizzati ovvero in compensazione mediante il mod. F24.

Ai fini dell’utilizzo del credito in compensazione non sono previste limitazioni per cui lo stesso è utilizzabile in compensazione anche con altre imposte diverse dall’Irpef e con eventuali contributi dovuti dall’investitore.

Ai fini dell’utilizzo del credito in compensazione tramite mod. F24, non si applica il limite annuale di 250 mila euro né il limite massimo annuale dei crediti di imposta e dei contributi compensabili.

Tale credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito complessivo dell’investitore e le minusvalenze, le perdite o i differenziali negativi oggetto del credito d’imposta non possono essere utilizzati o riportati in deduzione ai sensi dell’art. 68 del Tuir e dell’art. 6 Dlgs n. 461/1997.

In altre parole il credito d’imposta costituisce un beneficio fiscale riconosciuto all’investitore titolare di un PIR Alternativo in luogo dell’utilizzo delle eventuali minusvalenze, perdite o differenziali negativi realizzati a seguito della cessione o del rimborso degli strumenti finanziari qualificati detenuti nel Piano medesimo per almeno 5 anni.

Ne consegue che, qualora l’investitore intenda beneficiare del credito d’imposta e l’importo delle minusvalenze realizzate ecceda il 20% delle somme investite negli strumenti finanziari qualificati detenuti nel piano, l’importo della minusvalenza ‘eccedente’ può essere portato in deduzione dalle plusvalenze, proventi e differenziali positivi secondo le modalità di cui all’art. 6 Dlgs n. 461/1997.

Pertanto gli investitori possono decidere di trasformare le eventuali minusvalenze realizzate in credito d’imposta oppure di utilizzarle in deduzione dalle plusvalenze, dai proventi e altri differenziali positivi secondo le modalità ordinarie.

Le rassegne e il calendario fiscale sono un prodotto Metaping - Servizi per Commercialisti, Avvocati e Ordini Professionali